I
testi del CDRC
Piero Gobetti, Elogio della ghigliottina
[...] Il fascismo vuole guarire gli Italiani dalla lotta
politica, giungere a un punto in cui, fatto l'appello nominale, tutti i
cittadini abbiano dichiarato di credere nella patria, come se col professare
delle convinzioni si esaurisse tutta la praxis sociale. Insegnare a costoro
la superiorità dell'anarchia sulle dottrine democratiche sarebbe
un troppo lungo discorso, e poi, per certi elogi, nessun migliore panegirista
della pratica. L'attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti
attraverso cui l'inguaribile fiducia ottimistica dell'infanzia ama contemplare
il mondo semplificato secondo le proprie misure. La nostra polemica contro
gli italiani non muove da nessuna adesione a supposte maturità straniere;
né da fiducia in atteggiamenti protestanti o liberisti. Il nostro
antifascismo prima che un'ideologia, è un istinto.
Se il nuovo si può riportare utilmente a
schemi e ad approssimazioni antichi, il nostro vorrebbe essere un pessimismo
sul serio, un pessimismo da Vecchio Testamento senza palingenesi, non il
pessimismo letterario dei cristiani [che si potrebbe definire la delusione
di un ottimista] delusione di ottimisti. La lotta tra serietà e
dannunzianesimo è antica e senza rimedio. Bisogna diffidare delle
conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire
il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità
in sé, non nel suo divulgarsi. C'è un valore incrollabile
al mondo: l'intransigenza e noi ne saremmo, per un certo senso, in questo
momento, i disperati acerdoti.Temiamo che pochi siano così coraggiosamente
radicali da sospettare che con queste metafisiche ci si possa incontrare
nel problema politico. Ma la nostra ingenuità è più
esperta di talune corruzioni e in certe teorie autobiografiche ha già
sottinteso un insolente realismo obbiettivo. Noi vediamo diffondersi con
preoccupazione una paura dell'imprevisto che seguiteremo ad indicare come
provinciale per non ricorrere a più allarmanti definizioni. Ma di
certi difetti sostanziali anche in un popolo "nipote" di Machiavelli non
sapremmo capacitarci, se venisse l'ora dei conti. Il fascismo in Italia
è [una catastrofe,] un'indicazione di infanzia [decisiva] perché
segna il trionfo della facilità, della fiducia, [dell'ottimismo,]
dell'entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini come di
un fatto d'ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa
di più; è stato l'autobiografia della nazione. Una nazione
che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla
lotta politica, [è una nazione che vale poco] dovrebbe essere guardata
e guidata con qualche precauzione. Confessiamo di avere sperato che la
lotta tra fascisti e social-comunisti dovesse continuare senza posa: e
pensammo nel settembre del 1920 e pubblicammo nel febbraio del 1922 La
Rivoluzione Liberale con fiducia verso la lotta politica che attraverso
tante corruzioni, corrotta essa stessa, tuttavia sorgeva. In Italia c'era
della gente che si faceva ammazzare per un'idea, per un interesse, per
una malattia di retorica! Ma già scorgevamo i segni della stanchezza,
i sospiri alla pace. E' difficile capire che la vita è tragica,
che il suicidio è più una pratica cotidiana che una misura
di eccezione. In Italia non ci sono proletari e borghesi: ci sono soltanto
classi medie. Lo sapevamo: e se non lo avessimo saputo ce lo avrebbe insegnato
Giolitti. Mussolini non è dunque nulla di nuovo: ma con Mussolini
ci si offre la prova sperimentale dell'unanimità, ci si attesta
l'inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. [Abbiamo
astuzie sufficienti per prevedere che tra sei mesi molti si saranno stancati
del duce: ma] Certe ore di ebbrezza valgono per confessioni e la palingenesi
fascista ci ha attestato inesorabilmente l'impudenza della nostra impotenza.
A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio.
Noi pensiamo anche a ciò che non si vede: ma se ci si attenesse
a quello che si vede bisognerebbe confessare che la guerra è stata
invano. Privi di interessi reali, distinti, necessari gli Italiani chiedono
una disciplina e uno Stato forte. Ma è difficile pensare Cesare
senza Pompeo, Roma forte senza guerra civile. Si può credere all'utilità
dei tutori e giustificare Giolitti e Nitti, ma i padroni servono soltanto
per farci ripensare a La Congiura dei Pazzi ossia ci riportano a costumi
politici sorpassati. Né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno
virtù di padroni, ma gli Italiani hanno bene animo di schiavi. E'
doloroso [per chi lavora da anni] dover pensare con nostalgia all'illuminismo
libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri fino in fondo, [io ho
atteso] c'è chi ha atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni
personali perché dalle sofferenze rinascesse uno spirito, perché
nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso.
C'è stato in noi, nel nostro opporsi fermo, qualcosa di donchisciottesco.
Ma ci si sentiva pure una disperata
religiosità. Non possiamo illuderci di aver salvato
la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo e bisogna sperare (ahimè,
con quanto scetticismo) che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia
reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina,
che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare
il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo
le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché
si possa veder chiaro. Mussolini può essere un eccellente Ignazio
di Loyola; dove c'è un De Maistre che sappia dare una dottrina,
un'intransigenza alla sua spada?