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Il Manifesto, 28/3/1987

Ramelli: le visite del giudice in carcere

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Milano
Ramelli: le visite del giudice in carcere


MILANO. Il silenzio si fa curioso, mentre prende la parola l'avvocato Giuliano Spazzali, difensore di Brunella Colombelli, nel processo per l'uccisione del giovane fascista Sergio Ramelli. L'interrogatorio di Marco Costa è ormai al termine, quando l'avvocato, soave, gli chiede: "A parte quei quattordici interrogatori cui lei è stato sottoposto, ha mai avuto contatti diretti con il giudice fuori dall'attività istruttoria?". Esce cosi allo scoperto - per la prima volta nell'aula - uno dei tanti episodi "anomali" che hanno costellato l'attività istruttoria del giudice Guido Salvini.
    Costa racconta di quella notte di capodanno del 1985, quando il magistrato arrivò nel carcere dl Bergamo per "fare gli auguri" agli imputati, dicendo: "Vi potrà sembrare strana la mia presenza, ma io sono qui per sapere come state e per favorire la vostra situazione all'interno del carcere". L'imputato dimentica di raccontare dello champagne, ma il presidente Cusumano si fa comunque attento, vuol sapere se in quell'incontro così inconsueto si parlò anche dell'inchiesta in corso. Io e Franco Castelli, dice Costa, abbiamo espresso il nostro sconforto per la scoperta dell'abbaino di viale Bligny, un luogo che usavamo solo come garconniere.
    La parola passa poi al secondo esecutore materiale, Giuseppe Ferrari Bravo, che, quel 13 marzo 1975, colpì con la chiave inglese Sergio Ramelli. La sua testimonianza ricalca fedelmente quella già esposta da Marco Costa. Controllando a fatica un costante singhiozzo, l'imputato ricorda il conflitto di quel giorno, la contraddizione tra "quello che si sente e quello che si deve fare". E poi, davanti a una vetrina "che non riuscivo neanche a vedere, per l'emozione", ad aspettare che Ramelli tornasse a casa. finché Costa non gli dice "andiamo". L'ho colpito una volta - racconta Ferrari Bravo - al massimo due.
    Mi era caduto il suo motorino tra le gambe, mi ero sbilanciato in avanti. Ho smesso dl colpire quando ho sentito una donna che, affacciata al balcone, gridava "basta, ma cosa fate". Allora Marco mi disse "andiamo", e siamo scappati.

Tiziana Maiolo
 

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