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Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura
di Guido Giraudo,
Andrea Arbizzoni, Giovanni Buttini,
Francesco Grillo e Paolo Severgnini
Un'analisi
stimolante e altamente documentata della vicenda. Il principale autore
del testo, Guido Giraudo, e stato conoscente di Sergio Ramelli e ha vissuto
i momenti terribili di quegli anni; tuttavia il volume riesce ad essere
un atto di accusa onesto ed equilibrato. Strutturato in 5 capitoli il libro
fa definitivamente chiarezza sulla vicenda, inquadrandola storicamente
e mostrando l'ampia quantità di corresponsabilità che vanno
ben oltre gli autori del crimine. L'ultimo capitolo offre un'agghiacciante
e documentata panoramica delle persone che in quegli anni sono stati uccisi
in agguati da parte di squadracce armate di spranghe di ferro, chiavi inglesi,
taniche di benzina o armi da fuoco e mostra come il caso di Sergio Ramelli
non sia, purtroppo, isolato ma si inserì piuttosto in una strategia
cosciente e mirata, in cui ad associazioni dotate di struttura militare
veniva consentito impunemente di seminare il terrore. Il volume contiene
- accanto alla toccante testimonianza della Madre di Sergio Ramelli - ampi
stralci di materiale processuale e numerosi brani di articoli di giornali
di tutte le parti politiche. Prove alla mano Giraudo e i suoi ragazzi raccontano
la vicenda di Sergio, dai mesi della persecuzione a scuola, al "processo
popolare" cui fu sottoposto per non essere di sinistra - processo al quale,
come è noto presero parte anche alcuni professori (!!!) -, all'agguato,
alla morte, al divieto di fargli il funerale (!!!), alla persecuzione verso
la famiglia Ramelli con lettere e telefonate anonime che continuò
anche dopo la morte del figlio. Di notevole interesse è la descrizione
del clima politico di quei giorni e della inesistenza dello stato: il Sindaco
di Milano non si fa vedere, le istituzioni invece di imporre un funerale
di stato, come si fa quando si vuole condannare un delitto, per mobilitare
gli italiani contro la violenza proibiscono il funerale. Giraudo argomenta,
giustamente, che i semi del terrorismo siano stati gettati in quegli anni.
Tra i volumi citati in questa pagina è l'unico di cui ci sentiamo
di raccomandare la lettura. La nuova edizione, edita da Lorien contiene anche il
testo del nostro spettacolo "Chi ha paura dell'Uomo Nero?" e può
essere acquistata
Per memoria di Sergio Ramelli
di Giorgio Melitton
La
storia di Sergio Ramelli raccontata da un suo professore. Il volume, non
privo di interesse documentario - in quanto consente di constatare quali
gravi responsabilità nella persecuzione e nella morte di Ramelli
siano da attribuire alla classe docente dell'Istituto Molinari di Milano
- risente tuttavia di una impostazione generalmente auto giustificatoria
che alla lunga ne rende la lettura faticosa per non dire seccante. La volontà
dell'autore di non fare i nomi dei propri colleghi lo costringe peraltro
all'uso di lunghe perifrasi che rendono il volume decisamente arduo e poco
chiaro. Ad esempio, Melitton citando i commenti di tre insegnanti subito
dopo l'aggressione che costò la vita a Sergio Ramelli scrive:
"La terza [professoressa], la prof del corso M, quella che aveva abbracciato
la causa di AO, e aveva incitato pubblicamente i ragazzi all'intolleranza,
ed era anche stata, per un anno, l'insegnate di Lettere di Sergio, si giustificò..."
Di fronte a frasi del genere ci si chiede: aveva un nome questa professoressa?
E se ce l'aveva perchè non usarlo per indicarla?
Le Vere Ragioni, 1968/1976
atti di un convegno organizzato da Democrazia Proletaria
nel 1985
Un titolo altisonante per un convegno organizzato nei mesi dell'arresto
degli assassini di Sergio Ramelli al fine di giustificarli. Il volume,
a prescindere dalle discutibili finalità con cui è stato
concepito è interessante in quanto consente di capire l'atteggiamento
che buona parte della cultura degli anni dal '70 al'85 assunse nei confronti
del delitto a fini politici. Il libro presenta interventi - tra gli altri
- di Mario Capanna, Aldo Aniasi, Ludovico Geymonat, Paolo Hutter, Miriam
Mafai, Stefano Rodotà, Edo Ronchi, Rossana Rossanda, Adriano Sofri,
Sergio Staino e Carlo Tognoli. Stupisce, in generale, il clima di solidarietà
e in certi casi di aperta complicità verso gli autori dell'efferato
delitto manifestato negli interventi. Ad esempio Paolo Hutter dichiara
con candore: "[...] tendevo in genere a comprendere questi episodi
medi di antifascismo militante - l'andare a cercarli, l'andare ad
aspettarli sotto cosa, certi processi popolari, ecc.- come una triste necessità",
[pag.114-115] mentre Ludovico Geymonat (!!!) si spinge oltre fino a dire
"[...] credo che l'importante sia distinguere la violenza giusta da quella
ingiusta; e cosa vuol dire quella giusta, vuol dire quella rivolta verso
il progresso [...] l'importante è che ci sia qualcuno, adesso, che
prende questa fiaccola che avevamo e che è disposto certamente a
combattere la violenza, la violenza stupida ma, nello stesso tempo, non
rifiuta per principio ogni violenza, ma cerca di orientarla bene, di orientarla
per il progresso, di orientarla per lo sviluppo di un'Italia socialista
[...] " [pag.63]
Stupisce ancora di più come
tutti gli autori adoperino, ancora a 10 anni di distanza dalla morte il
termine "fascista" per indicare Sergio Ramelli, il quale non era un estremista
di destra ma piuttosto membro di un partito, il "Movimento Sociale Destra-Nazionale"
post-1972, nel quale, come è noto, erano entrati anche alcuni antifascisti
(addirittura alcuni membri dell'Assemblea Costituente). L'unico intervento
in cui emerge una volontà veramente ferma di condannare la violenza
è quello del Radicale Pierluigi Melega che con coraggio seppe muovere
una saporita provocazione all'assemblea, dichiarando: "[...] allora
le cose che diceva Petruccioli non le pensate, voi non pensate che un fascista
sia uno che sbagli, pensate che sia uno da ammazzare, no? [...] Io non
farò mai niente per impedire ad Almirante di parlare; ho bisogno
che parli, perchè lui, quando dice le cose che dice solleva in me
e in voi esattamente il senso contrario del fare diverso, perchè
non c'è nulla nella mia storia che mi tiene vicino a lui, ma non
c'è nulla della mia storia che mi deve impedire di far parlare chiunque.
Questa, compagni, è la democrazia [...]". [pag.57]
In effetti per chi legge, oggi, questo
volume, l'intervento di Melega è l'unico che consenta di tirare
una boccata d'aria.