Il logo del progetto Francesca da Rimini è di
Rossella Tauro
Il progetto Francesca da Rimini, frutto di 3 anni di lavoro e di ricerche,
è il punto di partenza del CDRC per sottoporre alla pubblica attenzione un
tema che riteniamo cruciale e che ottiene ben poca
attenzione: la morte della donna nel rapporto di coppia, ovvero
l'omicidio della donna causato dal marito o dal fidanzato attuale o
pregresso. Il progetto Francesca da Rimini
intende presentare questo tema come una vera e propria emergenza sociale e
diffondere, mediante il teatro e altri strumenti multimediali, la coscienza
dei rischi che tale emergenza comporta, affinchè possano porsi in atto
misure capaci di arginare tale fenomeno.
Il progetto non si limita ad
affrontare il generico tema della violenza nei confronti della donna;
piuttosto si concentra su un particolare tipo di violenza – che è
senz’altro il più grave-: l’uccisione della donna all’interno del
rapporto di coppia, sia esso regolare o occasionale, passato o presente. E’ sufficiente una approfondita
analisi sui quotidiani degli ultimi anni per prendere atto che il tema è di
scottante attualità in Italia e in Europa, al punto da far parlare di vero
e proprio allarme sociale. A fronte di questa situazione si deve denunciare una scarsa coscienza
collettiva riguardo al fenomeno. E’ vero che ogniqualvolta che la pubblica
opinione viene informata di casi del genere essa ne viene commossa e
addolorata. Ma quasi mai si cerca di approfondire le ragioni e i limiti
culturali che stanno sullo sfondo di questi eventi. Di rado si va oltre alla
compassione per la vittima e non mancano persino casi in cui il
comportamento dell’aggressore viene compreso o addirittura giustificato.
Ed è sin troppo facile rintracciare il dolore dietro atti del genere o
inventare nevrosi che possano far passare il carnefice da vittima.
Al riguardo vale la pena di considerare la differenza con cui
l’opinione pubblica tratta due diverse fattispecie: il caso dell’uomo
che uccide la propria donna e quello della donna che uccide il proprio uomo; ebbene tutti concorderemo nel rilevare che nel secondo caso la
pubblica opinione mostra un interesse decisamente più marcato e i casi –
relativamente rari – di donne che uccidono il proprio marito sono oggetto
di pubbliche discussioni, di chiacchiere nei bar e per intere settimane
restano al centro dell’attenzione di tutti. I casi in cui è l’uomo ad
uccidere vengono invece dimenticati con la stessa rapidità con cui si getta
un giornale vecchio. Una delle ragioni per cui questo avviene è certo l’assuefazione
crescente ad eventi del genere: veniamo a sapere che il tal giorno, nella
tale città, un uomo ha ucciso la sua ex moglie o la sua fidanzata; sappiamo
che due o tre giorni dopo un altro uomo farà, altrove, la stessa cosa e finiamo
per accettare questi eventi come ineluttabili. Tuttavia, come vedremo, l'abitudine
non costituisce una spiegazione e il clima di assuefazione non basta a
spiegare le ragioni di un fenomeno così aberrante.
Per una spiegazione seria conviene piuttosto considerare che uccidere vuol dire distruggere,
eliminare, cancellare. Il tema della morte causata
dall’uomo alla donna in contesti familiari o affettivi ci riporta
immediatamente a un
quadro dove a dominare non è semplicemente una occasionale violenza fisicao verbale ma piuttosto la cancellazione dell’identità e del
diritto a una vita indipendente. E’ vero che in molti di questi casi
l’autore del delitto agisce in un clima di generale autodistruzione, per
cui oltre a uccidere la madre egli uccide anche i figli e conclude uccidendo
se stesso. Tuttavia proprio questi casi – in cui la morte della fidanzata,
della compagna, della moglie, diventa parte integrante
dell’autodistruzione dell’assassino - rivelano una condizione
psicologica in cui la vita della donna è vista come semplice appendice a
quella dell’uomo.Ecco allora che affrontare il tema delle donne
uccise dai loro amanti equivale in primo luogo ad affrontare il tema del
diritto a una vita indipendente da parte della donna.
Ebbene, il fine del progetto “Francesca da Rimini” è in primo
luogo quello di scuotere l’opinione pubblica e il mondo della cultura per
uscire da questo clima in cui eventi devianti e mostruosi vengono accettati come
corollario naturale della crisi della nostra società e operare, invece, un
tentativo nella direzione dell’educazione all’orrore
e alla inaccettabilità nei confronti di casi del genere. Allo stesso
tempo il Progetto mira a comprendere il fenomeno individuando
pregiudizi, antichi e moderni che vi stanno alla base, ponendo attenzione
sul diritto incondizionato della donna a una completa libertà nella
vita intellettuale e di relazione, e riconoscendo
ledonne come portatrici di una
specifica identità culturale e intellettuale, in parte distinta da quella maschile.
Questo ci porta naturalmente al
recupero di tanti spunti che il movimento delle Donne ha sviluppato negli anni
‘60 e ’70. Ma il Progetto Francesca da Rimini mira a portare avanti questi
temi senza niente concedere ad atteggiamenti sessisti, o
rivendicativi: non si tratta di portare avanti una battaglia "a
vantaggio di un sesso" ma una battaglia per uomini e donne assieme, i
cui frutti possono e devono essere goduti da entrambi. E' convinzione dei
promotori del progetto che gli uomini potrebbero essere i primi ad
avvantaggiarsi di una cultura in cui la donna goda pienamente di quel
diritto all'indipendenza culturale e intellettuale che per molti secoli le
è stata negata. Oggi, nella nostra società,
grazie alle battaglie condotte negli anni passati è possibile cominciare a
intravedere le meravigliose promesse di un nuova cultura, in cui la donna
possa finalmente parlare con piena dignità e libertà: oggi è dato di ascoltare lezioni
universitarie di donne, oggi abbiamo il privilegio di avere, anche in Italia,
delle donne che sono caposcuola di movimenti culturali. E questo è un grande
vantaggio anche e soprattutto per gli uomini che non sono più costretti a una
replica costante di un modo di pensare “maschile” e possono esplorare
nuove strade intellettuali e morali. Tuttavia
molto è il lavoro che deve essere ancora svolto. Lunga e difficile la
battaglia . Il CDRC, mediante il Progetto Francesca da
Rimini intende svolgerla con l'unica arma culturale di cui dispone, il Teatro.