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Rossella Tauro
1. Il silenzio della cultura femminile
Nella altre pagine abbiamo visto che il fenomeno della morte della donna
all'interno del rapporto di coppia non è un fenomeno marginale o
occasionale, ma sembra piuttosto stabilmente radicato su una serie di
posizioni culturali (pregiudizi) che sono più o meno diffusi nella nostra
società. Il problema quindi è culturale e deve essere affrontato con
strumenti culturali.
Come
dobbiamo qualificare la cultura nella quale si collocano questi pregiudizi?
In quanto segue noi chiameremo questa cultura - che è poi la nostra cultura
- "maschile". Il fenomeno della morte della donna nel rapporto di
coppia non manifesta altro che un aspetto di questa millenaria prevalenza
della cultura maschile. Questa cultura la chiamiamo “maschile” perché
è stata sviluppata lungo secoli e secoli in cui gli unici a possedere il
diritto di parola erano i maschi, ma spesso la ritroviamo anche nelle donne:
la ritroviamo in effetti in tutti gli esseri umani che fanno parte di questo
nostro mondo.
Parlare di “cultura maschile” potrà, a taluno, apparire fazioso;
forse qualcuno vorrà esclamare:
“…che cultura maschile e cultura maschile…! La cultura è
patrimonio comune dell’umanità e non ha necessariamente un sesso…
"
In una prospettiva del genere il parlare di una “cultura femminile
negata” o di un “predominio della cultura maschile” potrebbe sembrare
una forma stantia di veterofemminismo, tutta intesa a contrapporre, a
dividere il mondo in due categorie incomunicabili, maschile e femminile.
Il
modo con cui noi parliamo di “cultura femminile negata” e di
“predominio della cultura maschile” non ha niente di ideologico o di
sessista. E’ la descrizione di un dato di fatto. Al contrario a noi pare
che un atteggiamento sessista e discriminatorio sussista in coloro che
negano questo dato di fatto cioè in coloro che negano che si possa parlare
di una cultura femminile negata.
In primo luogo specifichiamo meglio cosa intendiamo, in questo
contesto, per cultura. Non intendiamo la cultura intesa come precetti
generali o modi di vivere. E nemmeno la cultura in una accezione generale
che ingloba anche le arti letterarie e figurative;intendiamo qui, con “cultura” le principali categorie del
pensiero: la morale, la teoretica, l’estetica e la politica: intendiamo le
discipline che cercano di rispondere a domande come: cosa è giusto, cosa è
ingiusto? Cos’è la realtà? Come è fatta? Come la possiamo conoscere?
Cos’è la bellezza? Quali sono le regole della convivenza civile? In due
parole intendiamo essenzialmente la ricerca in campo filosofico e
scientifico.
Per convincere il lettore che abbiamo
ragione iniziamo con una lista di
nomi: Talete, Anassimene, Anassimandro, Parmenide, Eraclito, Pitagora,
Gorgia, Protagora, Socrate, Platone, Aristotele, Euclide, Epicuro, Plotino,
Seneca, Marco Aurelio, Sant’Agostino, Boezio, San Tommano, Avicenna,
Fibonacci, Erasmo da Rotterdam, Spinoza, Galileo, Newton, Cartesio, Leibnitz,
Hume, Kant, Ficht,Faraday,Shelling,
Maxwell, Hegel, Marx, Nietzche, Bohr, Einstein, Russel, Carnap, Heidegger,
Popper, Lakatos… abbiamo dimenticato qualcuno? Certo che sì… ma di una
cosa possiamo essere sicuri: non abbiamo dimenticato nessuna donna. Tra gli
esseri umani che hanno definito la tradizione del pensiero occidentale non
c’è nemmeno una donna. [Senza voler dare giudizi di valore non si può
paragonare Ipazia a Euclide o Marx a Rosa Luxenburg].
La cosa potrà apparire
a qualcuno irrilevante. Ma chi saquanto
potere vi sia dietro il pensiero, dietro il concetto di scuola di pensiero
non potrà a questo punto far finta di niente. E dovrà ammettere che esiste
un predominio culturale maschile. Più precisamente dovrà ammettere che la
nostra tradizione intellettuale è stata integralmente opera di uomini ed è
quindi lecito parlare di “cultura femminile negata”.
Ci sono obiezioni possibili? Certo che sì. In
primo luogo esiste una obiezione che chiameremo l’obiezione del
“maschilista esplicito”che
suona più o meno così:
“Se le donne non sono in quella lista è perché in effetti le donne
non avevano niente da dire. Ciò che la lista dimostra è che le donne non
sono capaci di uno sforzo intellettuale indipendente e originale”.
Posta in questi termini l’obiezioni è
talmente ottusa da non meritare nemmeno una risposta: più che una obiezione
pare un insulto e niente di più. Il maschilista esplicito confonde il fatto
con il valore: è noto infatti che alla donna, in gran parte della storia
occidentale erano interdetti gli studi superiori ed è evidentemente
scorretto confondere un limite oggettivo, fattuale, fondato su determinate
condizioni storiche, con un limite delle potenzialità della donna.
Essendo evidentemente banale argomentare
contro una simile obiezione sforziamoci di inventare qualche argomento a suo
sostegno, che vada oltre il mero insulto. Il maschilista esplicita potrebbe,
tanto per cominciare, suggerirci di dimenticare, per un istante, le
differenza di genere e concentrarci su quelle sociali. Ci vuol poco a
prendere atto che quella lista è fatta in gran parte di uomini nobili, o
ricchi: da Platone aBoezio
fino a Russel troviamo persone benestanti. Non troviamo poveri o quasi.
Questo vuol forse dire che i poveri sono incapaci di uno sforzo
intellettuale? No; certo, le condizioni economiche impedivano spesso ai
poveri di esercitare la ricerca speculativa però, a ben guardare ci sono
delle eccezioni: Kant era figlio di un ciabattino, Faraday da giovane faceva
il rilegatore …Ecco insomma che anche i poveri nel 700 e nell’800
riuscivano a dare un loro contributo, talvolta cruciale al pensiero: la
povertà era un ostacolo, ma non insuperabile. Perché questo non vale anche
per la condizione femminile? Non vi è qui un’assimetria che sembra
portare buona conferma al fatto che la donna è incapace di produrre una
forma di pensiero veramente indipendente e creativa?
Rinforzata a questo modo l’obiezione sembra assumere maggiore
rispettabilità. Tuttavia il parallelo e l’asimmetria con le differenze
sociale è capzioso e illusorio. Difatti il figlio di un ciabattino poteva
ben divenire un “clerk”, anche in epoche in cui le differenze di classe
erano cruciali, ma in quanto tale smetteva di far parte della categoria dei
ciabattini. Vale la pena di osservare invece che una donna non poteva
cessare di essere donna. Per essere più chiari l’asimmetria avrebbe
–forse - un qualche tipo di valore se si potesse mostrare che fanno parte
della lista dei ciabattini e dei rilegatori: se Kant avesse fatto, come suo
padre, il ciabattino e se la nostra storia annoverasse, tra i massimi
pensatori della nostra storia un ciabattino l’asimmetria esisterebbe. Ma
Kant non era un ciabattino. Era il figlio di un ciabattino divenuto
professore. E allo stesso modo Faraday non era un rilegatore: era un ex
rilegatore divenuto professore. Ecco insomma che la nostra tradizione
culturale ha sempre ammesso dei percorsi sociali che consentivano a persone
particolarmente dotate di farsi avanti nel mondo della ricerca: tuttavia in
questo stesso passaggio essi perdevano l’appartenenza alla loro stessa
classe sociale e divenivano qualcosa di diverso. Lo status di donna non è
invecequalcosa che si acquista o si perde con il tempo e questo
rende del tutto insensata l’obiezione del "maschilista esplicito".
Vi è tuttavia un’altra obiezione possibile: si potrebbe concedere che in
effetti le donne sono sempre state interdette allo studio e all’esercizio
della libera ricerca e che questo spieghi a sufficienza il perché le donne
non sono presenti in questa nostra lista. Tuttavia si potrebbe aggiungere
che questo non consente di parlare di “predominio della cultura
maschile” o di “cultura femminile negata”.
“Come si può” potrebbe osservare qualcuno “ridurre
Platone al suo sesso? Far fare la stessa fine a Galileo, a Newton…? Essi
sono i maestri del pensiero occidentale e il loro pensiero è talmente
grande da prescindere e sublimare la condizione sessuale”.
Chiamiamo questa obiezione – che molti
troveranno condivisibile - l’”obiezione del maschilista mascherato”.
Egli è disposto a concedere che le donne sono state in passato
discriminate; ma nega tuttavia che esse siano depositarie di un propria
specificità culturale.
Questa obiezione va considerata con una certa
cautela: è in parte condivisibile l’idea che il pensiero di questi uomini
non può essere interamente collassato sulla loro condizione sessuale:
sarebbe folle e ingeneroso davvero. Tuttavia l’obiezione è impregnata di
una retorica culturale che non regge alla prova dei fatti. Essa presuppone
che alcuni uomini, nel corso dei secoli siano riusciti a comprendere così
bene le donne che sono stati capaci di condensare, nel pensiero occidentale,
anche il punto di vista delle donne:Questa
è un’affermazione talmente risibile da risultare quasi comica. Peraltro,
al di là della suo carattere apparentemente neutro sottintende un
pregiudizio impressionante: il mondo non ha bisogno delle donne, nel senso
che gli uomini hanno parlato e possono continuare a parlare anche per loro.
Saremo disposti ad ammettere che certi aspetti
culturali femminini possano pur essere presenti in alcuni pensatori della
cultura occidentale, certo. Ma non dovremmo certo essere disposti a
dichiarare che il mondo femminile sia rappresentato nella nostra tradizione
culturale. Ecco quindi che dobbiamo ammettere che la nostra storia è una
storia solo a metà: una buona metà dell’umanità non ha potuto in realtà
parlare, non ha potuto sviluppare le sue proprie forme di ragionamento i
suoi propri schemi morali. Questo è il silenzio della cultura femminile.
Non è ideologia, è un dato di fatto.
2. Il silenzio della cultura
femminile e il terzo pregiudizio
Questo è dunque il punto di partenza per
comprendere il fenomeno della morte della donna nel rapporto di coppia. Esso
si colloca in un contesto culturale in cui la voce della donna non si è mai
sentita, al punto che è lecito parlare di un silenzio della cultura
femminile. E’ peraltro vero che l’emancipazione femminile, negli ultimi
anni, ha cambiato parzialmente le cose: oggi vediamo donne attive in
professioni da cui fino a pochi anni fa erano escluse. Ma il contesto di
cognizioni e valori in cui queste stesse donne operano è stato costruito su
secoli e secoli di giudizi e pregiudizi fondati sulla cultura maschile e
questo limita fortemente le possibilità delle donne; così l'emancipazione femminile ha lavorato, come poteva, sul piano concreto,
dei diritti positivi. Non ha potuto lavorare che in minima parte, per ora, sul
piano culturale sul piano cioè dei concetti e delle forme di pensiero.
E per altro se oggi vediamo donne attive nella società civile come
imprenditrici, professioniste è altrettanto vero che le donne continuano ad
essere escluse in modo quasi programmatico dalle massime cariche nella
politica e da quegli ambiti di ricerca accademici che hanno una maggiore
ricaduta nel nostro modo di pensare (filosofia, matematica e fisica). Insomma, bando ad ogni ottimismo: viviamo in un mondo a metà, in cui
solo una parte dell’umanità è veramente libera di dar voce alle proprie
esigenze e alle proprie aspirazioni: abbiamo letto Platone, Aristotele,
Plotino, Sant’Agostino, l’Aquinate, l’Alighieri, Cartesio, Newton,
Hume, Kant, Ficht, Hegel… e abbiamo pensato che il loro pensiero fosse il
pensiero dell’Umanità; in realtà si trattava solo di una metà
dell’umanità, la metà maschile; quella femminile è stata per secoli
ridotta al silenzio.
E' peraltro vero che si devono fare dei
distinguo: se è un dato di fatto il predominio della cultura maschile con
questo non si vuole negare che alcuni uomini abbiano potuto produrre modi di
pensare e di vedere che non sono tipicamente maschili. Ci sono state, in
passato, forme di pensiero in cui emergevano atteggiamenti e modi di pensare
genuinamente femmini: un esempio tipico è l'opera dell'Aquinate. Ricercare,
nella nostra cultura atteggiamenti e modi di vedere la realtà maschili o
femminili è un'impresa decisamente ardua e nient'affatto immune da rischi.
Se davvero vogliamo intraprendere questa perigliosa strada dobbiamo essere
disposti a liberarci di alcuni pregiudizi storici e particolarmente
dall'idea ingenua e un po' volgare che gli ultimi duecento anni siano stati
il tempo di ogni progresso e di ogni umano miglioramento.
Ad esempio, è diffusa l'idea che
l'emancipazione femminile sia stata affare degli ultimi due secoli: l'800 e
il '900 ci vengono spesso presentati come i secoli in cui la donna fa la
propria comparsa come protagonista indipendente e come vera e propria artefice
della propria vita. Se tuttavia si passa dal piano dei diritti attivi
al piano culturale è abbastanza difficile condividere tout court questo
modo di vedere le cose. Nell'epoca moderna le prime donne attive sul piano
culturale e nel mondo accademico sono state prodotte dal '600; nel '700 il
processo è continuato, accentuandosi; ma si è venuto ad arenare proprio
all'inizio dell'800 per poi riprendere alla fine dello stesso secolo. La
storia è un po' meno lineare di quanto supponiamo. In questa fase di
interruzione dell'emancipazione femminile si colloca uno tra i fenomeni più
rivoluzionari degli ultimi secoli - che noi giudichiamo una volgare reazione
ma della quale non possiamo trascurare la rilevanza : il romanticismo. Se
mai l'umanità ha prodotto una forma di pensiero e di visione della realtà
tipicamente maschile e antifemminile, questa è il romanticismo. Mai una
donna avrebbe potuto concepire il trascendentale romantico, mai una donna
avrebbe potuto concepire la dialettica Hegeliana: lo stesso linguaggio della
scienza, dell'epistemologia, della politica finisce, in quell'epoca, per
infarcirsi di metafore sessuali maschili, per cui si dice che la scienza
"penetra la realtà" (Tommaso d'Aquino sarebbe inorridito) e che
l'espansione coloniale serve a "penetrare le culture inferiori" e
a "disseminarle di civiltà". La situazione è resa
particolarmente sgradevole dal fatto che, come è noto, il
romanticismo non è una corrente di pensiero definitivamente superata: il
terzo pregiudizio su cui si fonda in modo cruciale il fenomeno della
morte della donna è un pregiudizio tipicamente
romantico.
Ecco dunque che questi nostri anni ci pongono
di fronte a fenomeni davvero contrastanti: da un lato l'indubbio avanzamento
della donna nella società, dall'altro il permanere, nella cultura, di
pregiudizi e modi di vedere esclusivamente maschili, che minacciano la vita
della donna e non di rado costituiscono degli ostacoli insormontabili alla
libera manifestazione ed espressione del proprio pensiero . E' dunque sul
piano culturale che si deve operare. Il progetto Francesca da Rimini, coi
suoi spettacoli, è il nostro contributo.