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Il Corriere della Sera, 28/3/1987

"Così, senza volerlo, uccisi Ramelli"

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Giuseppe Ferrari Bravo racconta alla Corte la sua vita e la sua drammatica aggressione
"Così, senza volerlo, uccisi Ramelli"
Il desiderio di "fare qualcosa" a l'adesione a una comunità che si ispirava al solidarismo cattolico - Poi la politica, Avanguardia operaia, la militanza allegra - In giorno mi dissero che bisognava dare un avvertimento ai fascisti: doveva essere solo una lezione - Dai giornali seppi cosa era successo

Milano - Ha indossato per l'interrogatorio la giacca blu e la cravatta scura. Immobile sulla sedia, le braccia rigide, le labbra che sfiorano il microfono, Giuseppe Ferrari Bravo fa fatica a trovare le parole di un racconto crudele. L'emozione accompagna silenzi lunghi come l'eternità. Il presidente della corte, Cusumano, gli porge un sostantivo, un aggettivo, e l'imputato riprende. Allora, nella stagione degli odi e delle piazze roventi, si chiamava 'Aldo'. Timido, introverso, mite, nelle assemblee non era mai accanto ai tribuni. Proprio lui fu scelto per affiancare Costa nell'aggressione Ramelli: un nemico, un 'fascio' che doveva essere intimorito. "Ero molto agitato, era la prima volta... Fui preso dal panico, ma il mio carattere insicuro mi impedì di dire no. Era un conflitto terribile tra ciò che uno 'sente' e quel che uno 'deve'. 
Di quel 13 marzo di dodici anni fa, 'Aldo' non ha immagini definite. Ma un groviglio di stati d'animo e di sentimenti convulsi. "C'era il dovere, c'era l'obbedienza, c'era la presunzione di avere in pugno la verità". Una pausa, un'altra pausa. "So che dire oggi queste cose non significa niente".
Si recano in via Paladini "nel punto stabilito". "Ricordo che aspettammo, forse dieci minuti, e mi parvero un'esistenza. Guardava una vetrina, ma non vedevo nulla. Ricordo il ragazzo che arriva e parcheggia il motorino. Marco mi dice: "Eccolo". Oppure mi da soltanto una gomitata. Ricordo le grida. Ricordo, davanti a me, un uomo sbilanciato. Colpisco una volta, forse due. Ricordo una donna, a un balcone, che urla: "Basta". Dura tutto pochissimo...". Vanno via in fretta. "All'angolo incontriamo Gianmaria Costantini, trafelato. Mi sembrava che fosse in un posto sbagliato".
"Aldo" attraversa la strada. "Avevo la chiave inglese in mano e la nascosi sotto il cappotto... ". Ripete con voce flebile: "Fu cosi breve che ebbi la sensazione di non aver portato a termine il mio compito. Non mi resi affatto conto di ciò che era accaduto".
    Non ha parlato del clima dl quegli anni, ma solo della sua storia personale. Una storia comune a tanti, senza protagonismi né violenza, almeno fino al tragico appuntamento di marzo. Qualunquista per un certo tempo, avverti l'esigenza "di fare" quando aveva ventitré anni. Approdò in un campo di lavoro in Francia, una comunità che si ispirava ai principi cattolici di solidarismo. Aiutava i diseredati, i poveri, "i rottami di una società ingiusta e avara".
Presto non gli bastò, e volle estendere l'impegno "a fatti più grandi". Si avvicinò alla politica nel '74. "All'interno del Cub della facoltà di medicina si dibatteva e si discuteva: i contenuti didattici, il presalario, la mensa, i piani di studio". Si cominciò a parlare anche della necessità di difendere i cortei dalle aggressioni, in modo più organizzato e meno spontaneistico. "Mi raccontarono spesso di piazza Fontana, quel giorno del 73, quando i manifestanti di Avanguardia Operaia furono sprangati dai militanti del Movimento Studentesco".
    Nasce la squadra del servizio d'ordine di medicina. "Aldo" aderisce ad A O. all'inizio del 75, qualche mese prima di via Paladini. "La cosa terribile è che sono passato dalla militanza allegra, piena di vita, a un fatto così grave. Facevamo cortei, come tanti altri. Gridavamo slogan, agitavamo bandiere. Poi... poi Ramelli. In poco tempo mi sono bruciato le mani". 
    Principio di marzo. "Mi fu riferito che c'era bisogno di dare un avvertimento ai fascisti della zona. Mi fu detto che dovevamo tenerci pronti per un'azione nei giorni successivi. La proposta fu calata dall'alto, non partì da nessuno di noi. Marco Costa portò questa istanza. Il responsabile di Città Studi era Roberto Grassi. Più tardi gli subentrò 'Gioele' Di Domenico. Credo che il passaggio di consegne fosse legato all'episodio Ramelli". Il 13 l'agguato, la paura, i conflitti interiori, il dovere, il pestaggio. E il "dopo".
    "Il giorno dopo compro il giornale e sono sicuro di non trovare neppure un trafiletto. Invece... Sono sconvolto, non ci credo, ho bisogno di parlare, di incontrare i compagni". Telefona a Costa. Anche con gli altri si danno appuntamento nell'aula di fisica. "Pensiamo che i giornali hanno esagerato, che è una bugia. Purtroppo è la verità". Seguono sulla stampa le notizie che vengono dal Policlinico. "Sembrava che Ramelli migliorasse, che riprendesse coscienza. Da molti fu vissuto in termini liberatori. Io ero pessimista, ma speravo. Una mattina, però, sempre nell'auletta di fisica, Montanari mi spinse in un angolo e mi disse: "È morto". Ricordo che c'era il sole. Il sole di una calda giornata di primavera".
"Aldo" piombò per un mese e mezzo in una prostrazione profonda. "Non uscivo di casa, non mangiavo, non mi alzavo dal letto. E non avevo nessuno a cui raccontare... Una volta venne a trovarmi Marco (Costa n.d.r) e mi portò delle piccole piante per il giardino. All'infuori dei parenti e di Marco, non vidi nessun altro". Si immerse nello studio, si laureò nel 76. La militanza si ridusse molto. Non più cortei, non più servizio d'ordine, non più slogan. Una presenza nelle case occupate di via Famagosta e basta. Era il preludio a un distacco e a un addio.
Fabio Felicetti

    
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