Archivio Sergio Ramelli

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Il Giorno, 31/3/1987

Largo Porto di Classe

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Caso Ramelli, rievocato l'assalto a un bar
Largo Porto di Classe: dove il presidio divenne un pestaggio

Claudio Colosio racconta la sua storia in Avanguardia operaia, di cui divenne un piccolo leader

Largo Porto di Classe: una minuscola piazzetta all'incrocio tra viale Argonne e via Lomellina. Quattrocento metri in linea d'aria, non di più, da via Palladini, dove fu ucciso Ramelli. C'era un bar in questa piazzetta, un "covo di fasci", si disse, e per una cinquantina di militanti di Ao e dei Caf fu abbastanza per assalirlo, con relativo ferimento di tre persone. Era il 31 marzo 1976. Ne parlano Giuseppe Ferrari Bravo che conclude l'interrogatorio iniziato venerdì scorso davanti alla seconda Corte d'assise, e Claudio Colosio, che assieme a Luigi Montinari e a Franco Castelli si occupò della copertura per l'agguato a Ramelli. Loro due, assieme a Marco Costa, furono gli unici della squadra di Medicina che continuarono, un anno dopo l'omicidio, ad essere attivi nell'impegno politico in Avanguardia Operaia.
Ferrari Bravo, nella sua deposizione, dà ancora l'impressione di aver sempre agito con lucida incoscienza: "Anche questa volta mi resi conto solo il giorno dopo, leggendo i giornali, che non si era trattato di un semplice presidio antifascista, ma di ben altro". La sua partecipazione a questo episodio fu solo marginale: aspettò il ritorno dei compagni di Ao, seduto in macchina nel cortile della facoltà di Chimica, per raccogliere le chiavi inglesi degli amici e portarle nell'abbaino di viale Bligny, dove ogni tanto viveva quando non aveva voglia di tornare a casa sua, a Gorgonzola.
Colosio invece è più lucido, racconta dei fatti di Ramelli e di Porto di Classe come se li avesse vissuti in terza persona, come se si sentisse completamente innocente. "La sera dell'agguato - ricorda - appresi dal telegiornale la notizia che Ramelli era in coma. Impallidii, ma pensai che fosse un'esagerazione della televisione". Non una parola di rammarico. D'altronde era così convinto di non aver fatto nulla di male che immediatamente dopo la drammatica azione andò a sedersi su una panchina dei giardini assieme ad una amica.
Ma Ramelli lasciò il segno, nel senso che lo trasformò da semplice militante del servizio d'ordine a responsabile politico. Entrato in Ao nel '74, dopo un lungo periodo di "qualunquismo", Colosio diventa, dopo il 13 marzo del 1975, un "quadro intermedio" dell'organizzazione, impegnandosi a fondo nelle assemblee delle scuole e nel lavoro politico per le imminenti elezioni. "Mi chiamavano 'prezzemolo' della politica, facevo cinque o sei riunioni al giorno".
All'assalto al bar di largo Porto di Classe, assistette come osservatore. "L'avevo saputo al mattino da alcuni studenti medi che erano venuti alla sede di via Vetere. Mi recai subito alla sezione dell'Ortica dove si teneva una riunione per decidere le modalità dell'assalto. Arrivai tardi e non sentii quasi nulla. Notai un uomo molto elegante, che non avevo mai visto prima: era Roberto Tumminelli dei Caf. Rimasi sconcertato per questa strana alleanza. Incontrai anche Costa".
Colosio, tenendosi lontano dal corteo, si recò poi in viale Argonne e, ad una certa distanza, vide gente correre e picchiarsi. "Fu una decisione presa sicuramente a livello cittadino, che criticai duramente. In quel periodo il responsabile del servizio d'ordine di AO, a Milano era Saverio Ferrari".
Prima di Colosio pure Ferrari Bravo aveva condannato questo assalto. "Non vi partecipai anche perché andare in quella zona mi dava un senso di disagio. Ma perché Bravo, che venerdi scorso aveva dichiarato di essere stato a lungo in crisi dopo l'omicidio Ramelli, di aver passato un'estate infernale, di aver provato rimorso e vergogna, si prestò, sebbene per l'ultima volta, a trasportare delle chiavi inglesi? "Il mio ritorno alla militanza fu un modo di riprendere i contatti con i compagni, i miei amici, di non lasciare l'impegno politico".
Bravo ha raccontato infine che giorni dopo l'aggressione a Ramelli si ritrovò con gli altri compagni a casa di Luigi Montinari per decidere degli alibi. "C'era anche Antonio Belpiede che in caso di cattura avrebbe dichiarato di essersi trovato a Cerignola dai genitori. È questo ricordo che mi ha convinto della sua partecipazione all'agguato a Sergio Ramelli".

Paolo Colonnello

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