Archivio Sergio Ramelli

Archivio Ramelli - articoli di giornale

La Repubblica, 28/3/1987

Seppi che stava morendo...

torna agli articoli sul processo

torna agli articoli de La Repubblica

 

Incerto, smarrito, ieri ha risposto ai giudici il medico Giuseppe Ferrari Bravo
"Seppi che stava morendo e mi vergognai di me stesso"

 MILANO - "Dalla militanza politica allegra, piena di vita, sono passato bruscamente a un fatto così grave. Mi bruciai le mani nel giro di pochi giorni". Incerto, smarrito, confuso, lontanissimo dalla precisione quasi maniacale di Marco Costa, e anche dall' astrattezza ideologica di Luigi Montinari, ieri Giuseppe Ferrari Bravo, 38 anni, è salito alla sbarra per raccontare le proprie responsabilita nel delitto Ramelli. La sua sofferenza, il suo disagio per quell'assurda violenza di 2 anni fa, hanno trovato solo spezzoni di frasi a testimoniare stati d'animo più che fatti.

"Periodo qualunquista"
Giuseppe Ferrari Bravo all'impegno politico arrivò tardi, quando aveva già 25 anni ed era studente di medicina: "Dopo un periodo che potrei definire qualunquista, sulla spinta di amicizie maturarono in me esigenze sociali. La prima esperienza furono dei campi di lavoro in Francia, presso una organizzazione solidaristica cattolica, in favore dei diseredati dei Terzo mondo. Ma poi ritenni che un intervento del genere non toccasse i nodi dell'ingiustizia, e così presi a frequentare il Club di medicina, legato ad Avanguardia operaia". Siamo nell'inverno del 74, epoca della fondazione del servizio d'ordine: "si presentò la necessità di difendere i cortei, di costituire un organismo non spontaneistico. Le vacanze di Natale le passai con un gruppo di compagni, in una casa vicino ad Alba, e rimasi così ben impressionato dai rapporti umani che si erano instaurati che, al ritorno, mi iscrissi ad Ao".
Due mesi di "militanza politica allegra" e si arriva all'ordine di "punire" Ramelli: "La proposta arrivò dall'alto, perché eravamo una struttura gerarchica. Avvertii un senso di spavento, e quando fu proposto il mio nome per l'azione fui preso dal panico. Ma il mio carattere insicuro non mi permise di esternare il mio rifiuto: c'era l'impegno con i compagni, l'ideologia... ". Pochi ricordi sono rimasti a Ferrari Bravo di quel giorno di marzo: "Mi rammento del conflitto tra la mia volontà di starmene fuori, e l'eccessivo senso del dovere che mi bloccava lì. Ci recammo sul luogo prestabilito. Con La coda dell'occhio vidi arrivare qualcuno sul motorino, Costa mi disse: andiamo. Ricordo le grida, ho la sensazione precisa di essere rimasto indietro, in ritardo nell'azione, non vidi Costa colpire. Credo di aver picchiato Ramelli una volta, al massimo due, sbilanciato in avanti perché avevo inciampato nel motorino... ".
"Durò pochi secondi. Fui interrotto dalle urla della signora sul balcone: "cosa fate..." urlava. Scappammo. Nel venir via incontrammo sull'angolo Costantini trafelato, ebbi la sensazione che si trovasse fuori posto. Attraversai la strada senza guardare, con la chiave inglese in mano, poi la nascosi. Ci ritrovammo nell'auletta di biologia, dove depositammo le chiavi il giorno seguente. Ferrari Bravo apprende dai giornali che Ramelli è in coma all'ospedale: "Non ebbi il coraggio di guardare negli occhi mio padre, uscii di casa. Si pensò che i giornali avessero esagerato, ma purtroppo non era vero: Ramelli morì. Cambiai genere di attività politica, impegnandomi nell'unione inquilini, nella lotta per l'occupazione delle case di via Famagosta".
Il senso di colpa perla morte del giovane neofascista si mischia alla sofferenza per una delusione sentimentale: "Quell'estate non ebbi la forza di uscire di casa per un mese e mezzo, entrai in una crisi esistenziale fortissima, non toccai cibo per una settimana. Comprai libri su libri, cercando disperatamente una risposta per quel che era successo, ma naturalmente non la trovai".

"In un anno dodici esami"
"All'inizio di settembre ricevetti qualche telefonata, e pian piano ripresi la mia vita normale. Mi buttai sullo studio; in un anno preparai e sostenni 10-12 esami, feci la tesi e nel 76 presi la laurea. La mia militanza politica si limitò molto...".
La deposizione di Giuseppe Ferrari Bravo ieri si è interrotta qui. Lunedì prossimo l'imputato dovrà spiegare alla Corte perché, nonostante la crisi di coscienza che lo attanagliava, non si defilò, partecipando anzi, come Marco Costa, all'assalto del bar 'fascista' di largo Porto di Classe, il 31 marzo 1976.

Enrico Bonerandi

  Queste pagine sono in perenne costruzione. Chiunque voglia contattarci per proporci consigli, o aiuto, o anche solo per segnalarci del materiale non presente in queste pagine può farlo scrivendo a direzione@cdrc.it 
 CDRC Coro drammatico Renato Condoleo
  vai alla HOME PAGE