Archivio Sergio Ramelli

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Il Secolo d'Italia, 27/3/1987

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Al processo di Milano un'udienza drammatica, parla l'esecutore materiale
Costa racconta: "Così diedi la prima sprangata a Ramelli. 

Sergio si copri il capo con le mani, l'assassino gliele scostò per colpirlo in testa. Mostrata in aula la "Hazet 36" che sarebbe stata usata dal commando di Avanguardia operaia, una sbarra di 50 centimetri

Cinquanta centimetri di acciaio brunito. Un brivido ed un mormorio in aula: al processo Ramelli il presidente, Cusumano, mostra alla Corte, ai giurati, al pubblico, agli avvocati le chiavi inglesi che probabilmente hanno ucciso lo studente del Fronte della Gioventù.
Imputato Costa, lei che all'epoca studiava medicina, non ha avuto il dubbio che uno strumento del genere potesse essere un'arma micidiale, l'arma per un omicidio più che per un "semplice avvertimento" ad un avversario politico? La domanda affronta il 'nocciolo' della strategia difensiva degli ex picchiatori di Avanguardia operaia, che hanno sempre sostenuto che l'assassinio del ragazzo missino non era né nelle loro intenzioni né nelle loro previsioni Marco Costa sembra disorientato. La sua replica si trasforma in un'aggravante a suo carico: in pratica sostiene che, con quelle chiavi inglesi, le 'Hazet 36', di aggressioni ne vennero fatte a centinaia. E non mori mai nessuno.
L'ingresso in aula dei pesanti attrezzi che furono un po' il simbolo del servizio d'ordine di AO, è stato preceduto da un vivace dibattito. L'acquisizione delle 'Hazet 36' trovate nel covo di via Bligny era stata chiesta dallo stesso presidente Cusumano. Il pm, Maria Luisa D'Ameno, si era associato. Ed aveva detto di si anche l'avv. Ignazio La Russa, difensore di parte civile per la signora Ramelli. Inutile l'opposizione dell'avv. lsolabella, che ha tirato in ballo ancora una volta il 'contesto storico' degli anni '70 per sostenere l'irrilevanza dell'esibizione della 'prova materiale'. La detenzione e l'uso di armi improprie - ha detto in sostanza - era all'epoca un fatto sostanzialmente "depenalizzato", sul quale inquirenti e giudici erano abituati a "chiudere un occhio".
Una riunione in camera di consiglio ha deciso a favore della richiesta di Cusumano, della D'Ameno e di La Russa. E parte del materiale di via Bligny è arrivato nell'aula, chiuso in due grosse valige sistemate su un carrello. E stata la cancellieria a tirar fuori la chiavi inglesi ed a passarle al presidente, che l'ha mostrate all'imputato Marco Costa, uno dei rei confessi dell'inchiesta sull'agguato Ramelli, il cui interrogatorio ha monopolizzato l'udienza di ieri.
Costa ha detto di non riconoscere le armi. 'Hazet' di quel tipo, ha sostenuto, facevano parte della 'dotazione' del servizio d'ordine di Avanguardia operaia ed erano le più grosse dell''arsenale' del gruppo. Per l'aggressione allo studente del Fronte della Gioventù, secondo Costa, furono usate chiavi inglesi "più piccole", tre centimetri di meno: a lui, l'ex picchiatore di AO, sarebbe stata data una 'Beta 35'.
Prima dell'esibizione delle micidiali spranghe l'udienza aveva vissuto un altro momento drammatico con il racconto di Costa sul giorno dell'agguato. L'imputato ha parlato nei dettagli dell'aggressione: "Dopo qualche minuto di attesa sotto casa Ramelli, vidi arrivare Sergio che reggeva il motorino attraversando la strada. Anche lui mi vide, ci guardammo negli occhi". Un attimo, ed il pestaggio comincia. Lo avevo davanti a me, ricorda Costa (con Ferrari Bravo imputato dell'esecuzione materiale del delitto), "si copriva la testa con le mani ed aveva il volto scoperto". Il picchiatore ha un gesto istintivo: "Gli tolsi la mano dal capo per colpirlo alla testa. Mentre lo colpivo urlò e cadde per terra sopra il suo motorino...".
Dopo l'azione, il commando non perde tempo. "Tornammo subito in facoltà per riconsegnare le chiavi inglesi", ha detto ancora l'imputato: sulla sua notò "una "macchiolina di sangue", ed avverti i compagni di pulire subito le armi anche per cancellare eventuali impronte digitali.
Il resoconto allucinante dell'omicidio ha corredato un ampio excursus sui metodi di "Avanguardia operaia" e sulla situazione politica in cui essa operava. Anche in questo contesto la storia di Marco Costa ha aperto un emblematico squarcio sulla realtà degli anni '70, e sulle complesse e molteplici responsabilità nella genesi del 'partito delle spranghe'. Quattordicenne, simpatizzante di organizzazioni cattoliche, Costa viene instradato alta militanza extraparlamentare dalle lezioni di filosofia di un marxista convinto. Partecipa alle prime occupazioni al 'Volta', all'inizio degli scontri tra Avanguardia operaia e Movimento studentesco: lui sta con la prima organizzazione, e davanti all'Arengario si prende anche una sprangata in testa dai "compagni". Poi l'iscrizione a medicina e l'ingresso nel servizio d'ordine, i turni di notte nella sede di AO, gli allenamenti fisici, il rituale della consegna delle chiavi inglesi prima di ogni 'azione'.
La chiave inglese del delitto Ramelli - dice Costa - gliela diede Roberto Grassi (morto suicida qualche anno fa), che gli mostrò anche la fotografia del "fascista da colpire". L'imputato ha sostenuto che, fin dal giorno dopo il delitto, cominciò la sua "crisi interiore": "Ci sentivamo prigionieri di un errore. Da allora non sono mai più riuscito a gridare morte ai fasci, come avevo fatto tante volte prima". Ma, malgrado tutto, Costa - secondo l'accusa - non rinunciò a far parte del gruppo che, più tardi, assalterà il bar Porto di Classe (tacciato di essere 'ritrovo fascista'), lasciando per terra tre avventori che se la caveranno per un soffio.

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